La parte sommersa dei tessuti in alcuni punti è quasi scomparsa, consumata dall’azione dell’acqua e dei microrganismi proliferati durante un’estate segnata da temperature eccezionalmente elevate. Sulle superfici rimaste delle opere, l’Arno ha lasciato sedimenti verdi intensi legati alla presenza delle alghe e insolite tonalità aranciate. Ma tra le fibre di una delle tele è comparso anche un piccolo germoglio: un seme trasportato dal fiume è riuscito a mettere radici nel tessuto, dando origine a una nuova forma di vita e ad un simbolo di rinascita e speranza.
Sono i primi risultati visibili di “ARNO - Storie di riconciliazione tra Firenze e il suo fiume”, emersi proprio al termine di quella che l’Istituto per la Bioeconomia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IBE) ha appena indicato come l’estate più calda registrata in Italia dal 1950. Al momento del prelievo, la trasformazione dei tessuti delle opere ha sorpreso lo stesso Roberto Ghezzi: in tanti anni di ricerca sull’Arno, l’artista racconta di non aver mai osservato un deterioramento così rapido e profondo della porzione rimasta immersa.
A due mesi dall’avvio del progetto, sono state estratte le prime tele installate il 29 giugno nelle acque dell’Arno presso l’ASD Canottieri Comunali Firenze. I grandi supporti in cotone e lino, affidati all’azione dell’acqua e delle correnti per dare origine alle Naturografie di Ghezzi, restituiscono oggi una prima testimonianza delle condizioni attraversate dal fiume durante l’estate e aprono una nuova fase di osservazione che proseguirà verso l’autunno.
Inserito nel calendario ufficiale delle celebrazioni per il sessantesimo anniversario dell’Alluvione di Firenze del 4 novembre 1966, “ARNO – Storie di riconciliazione tra Firenze e il suo fiume” è un percorso che intreccia arte e ricerca scientifica e che culminerà a novembre 2026 in una mostra diffusa in città. Il progetto nasce dal rapporto storico e complesso tra Firenze e il suo fiume; quanto emerso da questa estrazione porta oggi il racconto oltre la memoria della piena, verso un’altra condizione di fragilità dell’Arno: quella dei mesi estivi e delle trasformazioni ambientali che interessano il suo ecosistema.
L’ARNO COME TESTIMONE DELLE TRASFORMAZIONI AMBIENTALI
«L’Arno ha quasi scolpito la parte bassa dei tessuti, quella rimasta immersa – racconta Roberto Ghezzi –. In tanti anni di ricerca non mi era mai capitato di osservare una degradazione così veloce del cotone. La parte che non c’è più diventa essa stessa una traccia di ciò che è accaduto nel fiume durante questa estate».
Il confronto più significativo è proprio con lo stesso Arno osservato negli anni precedenti. Le tele dell’estate 2026 restituiscono un paesaggio diverso da quello registrato dalla ricerca di Ghezzi cinque, dieci o vent’anni fa e diventano superfici sensibili sulle quali il fiume lascia traccia delle proprie trasformazioni. Anche le cromie mostrano caratteristiche differenti rispetto alle esperienze precedenti: la parte di tessuto rimasta fuori dall’acqua appare generalmente più chiara, con una minore presenza visibile di muffe, mentre sulle superfici interessate dall’acqua sono comparsi verdi intensi legati alle alghe e tonalità aranciate la cui origine dovrà essere approfondita.
«Non dobbiamo andare lontano per osservare gli effetti dei cambiamenti che interessano l’ambiente: basta affacciarsi sull’Arno – prosegue Ghezzi –. Il fiume è una presenza da osservare durante tutto l’anno, perché può raccontarci direttamente quello che sta avvenendo. Le tele di questa estate parlano del caldo e della scarsità d’acqua; quelle che estrarremo in autunno potranno raccontarci condizioni completamente diverse».
DAL DETERIORAMENTO ALLA NASCITA DI UN GERMOGLIO
Tra i segni lasciati dal fiume, uno assume invece per Ghezzi un significato soprattutto poetico. Un seme trasportato dall’acqua è rimasto intrappolato in una delle tele ed è riuscito a radicare tra le fibre, dando origine a una piccolissima pianta, probabilmente appartenente a una delle specie presenti lungo le rive.
«Quel germoglio per me è un simbolo di speranza. Mi piace leggerlo come un’immagine di rinascita e come l’auspicio di una nuova alleanza tra uomo e natura». Sulla stessa materia che porta i segni più evidenti delle trasformazioni attraversate dal fiume è nata così anche una nuova forma di vita: un’immagine che richiama il tema della riconciliazione tra uomo e natura intorno al quale è costruito l’intero progetto.
LA MOSTRA DIFFUSA
La mostra diffusa, in programma dal 4 novembre 2026 al 4 gennaio 2027, avrà come sede principale il MAD Murate Art District, dove sarà presentato il nucleo centrale delle opere, della documentazione fotografica e audiovisiva del progetto. Questa parte espositiva avrà la curatela della direttrice artistica del MAD, Valentina Gensini. Tra le sedi espositive confermate figura anche la Chiesa di San Salvatore in Ognissanti, che accoglierà un’opera appositamente concepita in dialogo con la storia e l’identità del luogo. Ulteriori spazi, strettamente connessi ai luoghi simbolo dell’alluvione del 1966, sono attualmente in fase di definizione, grazie anche al coordinamento scientifico e alla collaborazione al progetto affidati a Exclusive Connection.
ARNO - STORIE DI RICONCILIAZIONE TRA FIRENZE E IL SUO FIUME
ARNO – Storie di riconciliazione tra Firenze e il suo fiume è un progetto artistico ideato da Roberto Ghezzi, coordinato dal gallerista fiorentino Niccolò Mannini e organizzato dalla project manager Debora Daddi. Lo sviluppo dell’iniziativa vede il coinvolgimento e la collaborazione di CNA Firenze Metropolitana.
Il progetto si avvale della collaborazione scientifica del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università degli Studi di Firenze, del Dipartimento di Conservazione e Restauro dei Beni Culturali dell’Università degli Studi della Tuscia e del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), con il coinvolgimento di ricercatori impegnati nell’analisi dei materiali, delle microfibre e dei sedimenti depositati sulle tele durante la loro permanenza nel fiume.
Collabora inoltre al progetto l’ASD Canottieri Comunali Firenze, che ospita la fase di immersione e monitoraggio delle installazioni. L’iniziativa è realizzata con il sostegno di ML Systems in qualità di sponsor. La strategia di racconto e la comunicazione digitale del progetto sono affidate a Valentina Dainelli, mentre la documentazione video è curata da Marco Saverio Alessandro Mazzinghi per Votto Film.
BIO ROBERTO GHEZZI
Roberto Ghezzi (Cortona, 1978) si forma nello studio di scultura di famiglia e successivamente all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Attivo dalla fine degli anni Novanta, sviluppa una ricerca incentrata sul rapporto tra arte, paesaggio naturale e processi ambientali. Nei primi anni Duemila dà avvio al progetto Naturografie©, una pratica artistica che trasforma gli elementi naturali in autori dell’opera. Attraverso l’immersione di supporti preparati dall’artista in ecosistemi terrestri e acquatici, sono il tempo, i sedimenti, i microrganismi e gli agenti atmosferici a determinarne l’esito visivo finale. La sua ricerca, che mette in dialogo arte contemporanea e osservazione scientifica, si è sviluppata in contesti naturali di tutto il mondo, dall’Alaska alla Patagonia, dalla Groenlandia alla Tunisia, fino alle Isole Svalbard e alla Cambogia. Ha partecipato a numerose mostre e residenze internazionali, tra cui il Padiglione Italia della 19a Biennale di Architettura di Venezia, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, il Museum of Contemporary Art of Skopje, gli Istituti Italiani di Cultura di Oslo e Copenaghen e il Museo della Fine del Mondo di Ushuaia.